Logo: Conferenza “CNDSS 2022”

Descrizione logo

In occasione del VII ciclo di conferenze nazionali 2022-2023 di Dottorande e Dottorandi in Scienze Sociali, da tenersi presso la sede siciliana del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università catanese, è stato approntato uno studio sul logotipo/immagine dell’evento a carattere scientifico. Lo “stemma” elaborato è la summa di alcuni elementi figurali del territorio e patrimonio siciliano, nonché compendio della storia dell’Università degli Studi di Catania.

I soggetti prescelti, identitari per eccellenza, recepiti come pregevoli nell’area orientale della Sicilia, riguardano l’Etna, l’elefante o liotru e lo storico stemma dell’Università Siciliana, che, nel suo pittogramma, riporta la peculiarità attinente al Suo incipit: “SICILIAE STVDIUM GENERALE – 1434”.

La sinergia degli elementi individuati diviene misura per scandire la simbologia dei valori che afferiscono alla sicilianità in generale e, nel peculiare, all’identità del Capoluogo Etneo.

Inoltre, i singoli elementi, fondendosi per dar vita ad un unico costituente, celebrano il background culturale della città di Catania.

In particolare, è possibile cogliere, nel conformato sigillo, la forza, personificata dalla presenza del vulcano Etna; la saggezza, riferibile all’Università di Catania, la speranza, assimilabile all’elefante. Il menzionato novero di elementi è la risultante di un insieme che proietta verso un avverabile futuro di certezze e valori da esperire e perfezionare, individuando ancora negli assi cartesiani simbolici, la curva ascensionale del livello politico e collettivo, al fine di accrescere la cognizione dell’estimazione intrinseca al patrimonio culturale dei luoghi.

Un “futuro” che deve decifrarsi con la lente focale del pensiero sociale, ed essere visitabile con fare da flâneur, per comprendere appieno la filosofia e la facoltà raziocinante da anteporre a logiche di buon senso e senso compiuto.

Ed infine un auspicio: possa questo ciclo di conferenze essere “Lumen” per irraggiare il cammino rivolto a innovative formule politiche e pratiche territoriali, da attivarsi erga omnes, al fine di poter tracciare sentieri di perentoria consapevolezza e poter redigere, in ultimo, la mappa di una rinnovata coscienza politica e sociale pro società e territori.

Ogni soggetto si correda, poi, di un suo distintivo “baule storico”, qui narrato per dover di cronaca!

Simbolo dell’Università catanese

Riguardo allo stemma dell’Università di Catania scelto, può riferirsi che è il sigillo storico e al contempo sintesi di storia e identità siciliana e catanese. All’interno dell’anello o pittogramma, da destra, si rilevano l’elefante o liotru, sormontato dalla A di AgataAtena o Aragona, seguito dalla mazza-scettro simbolo di autorità culturale (Catania era ritenuta “chiarissima” tra le città demaniali perché sede della sua Università). In sequenza, verso sinistra, si evidenzia lo stemma aragonese che reca lo scudo con le due aquile di Svevia-Sicilia, con le ali spiegate in volo e le barre d’Aragona.

“Il sigillo proposto venne esaminato ed approvato dalla Consulta araldica, e dal capo del governo Benito Mussolini, con decreto dato in Roma il 20 Settembre 1934. Ecco la descrizione araldica del sigillo presente nel decreto, conservato presso l’Archivio Storico d’Ateneo: “D’azzurro: partito da un motivo d’ornato; nel primo allo stemma d’Aragona: d’oro, a quattro pali di rosso, affiancato d’argento a due aquile di nero, dal volo spiegato; sullo scudo, la corona reale aragonese; nel secondo, all’elefante di rosso, con la proboscide alzata, con le zanne al naturale, passante su un ristretto di rosso, sormontato dalla lettera A pure di rosso. Intorno, la scritta: “SICILIAE STVDIUM GENERALE – 1434“. (Fonte: Salvatore Consoli – Archivio storico di Ateneo).

Descrizione dell’Elefante – Simbolo della città di Catania

Si presenta, a seguire, l’altro soggetto rappresentato nel logo, quale rappresentazione della “Cndss Catania 2022”: ovvero l’elefante. Riguardo a detto elemento, si riepiloga qualche nozione storica che meglio chiarisce la sua presenza investita a simbolo della città di Catania.

L’elefante, emblema rappresentativo di Catania, affonda le sue radici in antiche reminiscenze. Stando al geografo arabo Idrisi, nella Sicilia del XII secolo, gli abitanti di Catania ritenevano che l’elefante fosse un simbolo di protezione contro le eruzioni dell’Etna.

Un aneddoto narra, ancora, di un nesso tra l’elefante in pietra lavica e il mago Eliodoro. Difatti, il medesimo nome “Liotru” deriva da una stortura del nome dell’antico mago che, secondo la leggenda, angosciava i catanesi con le sue stregonerie. La leggenda vuole che egli scolpì l’elefante con la lava dell’Etna e gli diede vita con un incantesimo dopo, sul suo dorso, girovagava indisturbato per la città. (Eliodoro era in grado di acquistare qualsiasi mercanzia con pietre preziose ed oro, che però diventavano normali sassi nelle mani dei poveri mercanti). Altri riferimenti storici sono soliti datare la realizzazione della statua nel corso della dominazione o cartaginese o bizantina.

In particolare, poi, u liotru, nella veste di simbolo cittadino, si trova oggi situato a Catania in Piazza Duomo, esattamente incorporato nella “Fontana dell’elefante”, con la proboscide rivolta verso il Duomo consacrato al culto di Sant’Agata. L’opera fu realizzata dall’architetto palermitano Giovanni Battista Vaccarini1, dopo il disastroso terremoto occorso l’11 Gennaio 1693. È bene puntualizzare che la statua in basalto etneo fu danneggiata dal sisma. Vaccarini, oltre a provvedere al restauro dell’elefante, vi inglobò gli occhi e le zanne in pietra calcarea. L’elefante poggia su un basamento monumentale in marmo e, nella veste di fontana, riproduce i due fiumi catanesi: il Simeto e l’Amenano. Inoltre, u liotru è sormontato da un obelisco in stile egizio che si sviluppa in altezza oltre i 3,50 m. Esso si presenta privo di geroglifici, ma cosparso di figurazioni egizie. Infine, nella parte sommitale, si ritrovano alcune decorazioni simboliche, come un globo, cinto da una ghirlanda di foglie di palma – simbolo che rievoca il martirio -, unito ad una fronda di gigli – simbolo di purezza -. In elevazione, ancora, si scorge la dedica a Sant’Agata, riassunta nell’acronimo “MSSHDEPL”, ovvero: «Mente sana e sincera, per l’onore di Dio e per la liberazione della sua patria» e in ultimo, l’opera è corredata di una croce. 

  1. Vaccarini, Giovanni Battista. – Architetto (Palermo 1702 – Milazzo 1769). Architetto primario del senato di Palermo, completò poi a Roma la sua educazione alla scuola di C. Fontana e sulle opere di G. L. Bernini e di F. Borromini. Nel 1730 si stabilì a Catania, dove assunse la direzione della ricostruzione della città distrutta dal terremoto del 1693, curando in particolare l’inserimento degli edifici nel contesto urbano. Realizzò la facciata della cattedrale (1733-61), completò la chiesa di S. Chiara e il Palazzo Senatorio (od. Palazzo Municipale), davanti a cui eresse la fontana dell’Elefante (1736); costruì la corte dell’università (Siculorum Gymnasium) a due ordini di logge di reminiscenza bramantesca (1730); la badia di S. Agata, suo capolavoro nell’architettura religiosa (pianta ottagonale coperta da cupola a ombrello e con facciata ondulata a ordine unico, 1735-67) e la chiesa di S. Giuliano, a pianta ellittica e facciata con convessità centrale (1738-60). Edificò il palazzo Valle e la corte del Collegio Cutelli (1754), circolare, ad arcate, che nell’impianto geometrico e nella semplicità delle membrature dimostra un avvicinamento al classicismo di L. Vanvitelli, oltre a numerose case patrizie e alla sua casa privata. Dal 1749 fu attivo anche a Palermo. Accanto all’ispirazione classica, venutagli dalla sua educazione romana, nelle opere di V. si afferma ancora vivace, particolarmente nella decorazione, la tradizione locale.                                        

Descrizione del Vulcano Etna

L’altro elemento rappresentato, nel logotipo creato, è il Vulcano Etna, dislocato geograficamente nell’area orientale della Sicilia, e considerato il vulcano più attivo a livello mondiale, nonché più alto d’Europa. Mungibeddu, o ‘a Muntagna’, così come viene anche menzionata l’Etna dalla gente siciliana, conta ben 2700 anni di attività eruttiva; l’altezza massima del cono vulcanico oggi supera i 3300 metri di altitudine su circa 45 km di diametro di base. Tali dimensioni lo rendono il vulcano terrestre più imponente d’Europa e dell’intera area mediterranea.

L’etimologia riferita al nome del vulcano si pregia di un excursus storico memorabile; ad esempio, nella pronuncia greca itacista, si connota con il toponimo “Aitna” (Aἴτνα-ας). A seguire nell’età romana, l’Etna verrà intesa con il termine “Aetna”. In tempi successivi, gli arabi hanno denominato l’Etna come montagna Ǧabal al-burkān, ovvero montagna del vulcano, o Ǧabal Aṭma Ṣiqilliya, che significa “montagna somma della Sicilia”, o ancora, Ǧabal al-Nār, la cui traduzione equivale all’espressione “montagna di fuoco”. Riguardo poi al termine “Montebello” o “Mungibeddu”, si deve riandare ancora alla connotazione d’araba memoria. Qui, infatti, il nome reso letteralmente Mons Gibel, prevede l’unione del termine latino mons “monte” e di quello arabo Jebel (جبل) “monte”; quale rafforzativo per riverire la maestosità dell’Etna, Monte tra i monti, da cui Mongibello. In particolare nel tempo odierno, detta terminologia, in gergo tecnico, indica la parte più sommitale e specificamente l’area afferente ai crateri centrali e ai crateri sud-est e nord-est.

Da sempre si è determinato un avvicendamento empatico tra l’Etna e le genti che popolano l’aera etnea sottostante, che costantemente la “mirano” e ne sorvegliano gli “umori”, godendo e testimoniando in merito agli spettacoli maestosi e a volte distruttivi. L’Etna è per antonomasia il vulcano più attivo della placca euroasiatica, e la sua unicità rientra a far data del 2013, nella world heritage list o lista dei beni facenti parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

A proposito di eruzioni dell’Etna, secondo studi eseguiti può avanzarsi che la più remota tra le eruzioni recano la datazione del II millennio a.C. L’Etna può annoverare nel suo curriculum esistenziale all’incirca 150 eruzioni, in buona parte disastrose.

A tal guisa, un estremo interesse scientifico, sia per le calamità determinate che di risonanza storica, riveste l’evento eruttivo occorso nel 1669, quando una colata lavica si abbatté su gran parte della città di Catania. Altro evento di portata distruttiva fu il terremoto succedutosi nel 1693, che generò la morte di molti abitanti nella stessa città e ripercussioni in tutto l’hinterland”.

Al di là degli eventi registrati e tramandati come catastrofici, l’Etna non ha mai smesso di far sentire la sua imponente presenza. Anche in tempi più recenti, ed esattamente nell’anno 2001 fu segnalata un’eruzione di carattere esplosivo seguita da terremoti e colate laviche. Tra le altre attività da menzionare, vi è quella del 2002, verificatasi con una similare attività e susseguente espansione di cenere lavica e scosse di terremoto.

L’Etna è un “laboratorio di incandescente valore”, una fucina che risveglia gli animi romantici e quelli orientati agli studi scientifici. Attualmente l’Etna risulta essere, tra i vulcani esistenti, quello più studiato e monitorato al mondo, sia nel novero di discipline che rivestano ambiti culturali che in altri più prettamente settoriali come la vulcanologia, la geofisica e le scienze della terra.

https://www.unesco.it/it/PatrimonioMondiale/Detail/159 https://www.ct.ingv.it/index.php/ricerca/i-vulcani-siciliani/etna

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